Critico d'Arte Giovanni Cardone

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Trinagolo Liquido nel Mare del Web di Cosimo Sinforini presso il Teatro Spazio Libero di Napoli di Giovanni Cardone »

 

Napoli -  Il Teatro cerca sempre di rispecchiare la società che lo circonda, attraverso un linguaggio di “urto” che tende ha dare un innovazione, ma nel contempo senza dimenticarne ne i canoni e ne il messaggio dell’autore, che ci viene trasmesso attraverso la drammaturgia, i gesti e la recitazione. E quello che fa il giovane attore  e autore del testo Cosimo Sinforini su progetto e regia di Vittorio Lucariello che è andato in scena  presso il Teatro Spazio Libero di Napoli che ha visto in scena lo stesso Cosimo Sinforini insieme a:   Ivano Russo, Melania Balsamo, Miriam Martine Manco, Claudia Gherardelli. Questo percorso nasce  da un bisogno di un nuovo “teatro d’avanguardia” dove poter esprimere valori, emozioni, sentimenti in un patos che si rinnova  attraverso un confronto tra i giovani  e “nuova società” che cambia repentinamente pelle. Ecco il dramma intrinseco che ci vuole trasmettere involontariamente il Sinforini  il quale ci racconta di giovani che si confrontano tra di loro con i genitori , con il lavoro la tecnologia e nuovi mezzi di comunicazione.   “Cosa accade tra i giovani oggi? Quali sono gli argomenti, le pratiche su cui discutono, su cui comunicano, quali i loro motivi esistenziali, quelli con cui intrecciare dei rapporti di amicizia, di convivenza, il dialogo, la mediazione?Attraverso i nuovi modi di comportamento dei tre protagonisti di questo spettacolo, si può comprendere come i mutamenti, che già si stanno verificando nel quotidiano siano, rispetto a un recente passato, radicali. Sullo sfondo vi è un’educazione culturale fortemente concentrata sui temi del lavoro e dell’occupazione,che in parte esclude, necessariamente, la sfera umana, per non dire quella morale e sentimentale della vita.Questa mancanza totale di preparazione ai rapporti di civile convivenza è forse una delle cause della solitaria immaturità che si va rafforzando attraverso l’invasione tecnologica. Dai videogiochi ai social network, dall’uso e dall’abuso di una informazione e di una comunicazione ultra rapida e telegrafica si è dilatata una generazione defatigata, deresponsabilizzata, deprivata, esclusa dal godimento e dal tormento, dalla soddisfazione del bisogno, di natura sociale, culturale e privata, esclusa persino dal sentimento di dolore singolo o di massa, che aveva il compito di unire ed amare, forse anche odiare per poter vivere. Oggi non si ama più come un tempo. Forse è meglio? Una fredda telematica connessione unisce gli uomini e le loro azioni disimpegnate e legate alla continuità di un giocare con la vita, senza più nessuna distinzione responsabile dei ruoli.“Quando il bambino era bambino, perche io sono io e perche non sei tu…  La vita sotto il sole è forse solo un sogno?” È solo la diversità delle giovani generazioni che ci spaventa o il sonno della civiltà genera mostri? Il testo si sviluppa sulla falsariga di un dialogo tra più persone legate da uno stretto rapporto di convivenza. L’attenzione va posta sul fatto che il linguaggio da loro usato si configura come un documento, una conferma del modo in cui le nuove generazioni hanno ormai adottato nei loro rapporti una essenzialità e un’immediatezza mutuati direttamente dal codice della comunicazione telematica. Nello svolgersi delle conversazioni si coglie una costante freddezza della forma del discorso, caratteristica assoluta del messaggio elettronico mediatico, e le diversità dei toni sembrano derivare paradossalmente, più che dal significato specifico delle parole, dagli influssi di nuova sensibilità, da variazioni di ambienti o da diversificazioni del carattere della scrittura.  Tutto ciò fa emergere un’assenza di rapporti dialettici e di mediazione che si facciano carico del ruolo di ammortizzatori preposti alla convivenza civile, dando quindi libero accesso all’impazienza e alla violenza. Nella messa in scena, per tener fede a questo nuovo tipo di scrittura, è stato necessario ricorrere a una recitazione modulata più che sul significato delle espressioni, su amplificazioni ed esasperazioni, saltando, di volta in volta, dalla piatta indifferenza alla irascibilità del gesto. Tre giovani in un breve percorso esistenziale.Diversi ambienti abitati da due coniugi e da un terzo personaggio da tempo amico del giovane sposo.  Tre persone che più che essere guidate da sentimenti, seguono il disimpegno come regola quotidiana, il ritmo di un gioco come regola di vita.  Cosimo Sinforini è uno dei giovani autori e attori più promettenti del teatro napoletano  che si è confrontato con il grande teatro d’avanguardia senza rinnegare il teatro di tradizione egli ha collaborato con Carlo Cerciello, Giancarlo Sepe,  Raffaele Di Florio senza dimenticare il suo approdo al cinema con Antonio Capuano.

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MARCIA DELLA VIA A TORRE DEL GRECO »

 

FOTO AMIAMO LA VITA

“Amare è un’attività produttiva, che implica l’occuparsi dell’altro, conoscere, rispondere, accettare, godere, si tratti di una persona, di un albero, di un dipinto, di un’idea. Significa portare alla vita, significa aumentare la vitalità dell’altro, persona o oggetto che sia. E dunque un processo di autorinnovamento, di autoincentramento” di Erich Fromm  che parlava della vita punto centrale dell’esistenza dell’uomo. Sabato sera 4 febbraio si svolgerà una gioiosa  “Marcia della VITA” promossa dal 13^ Decanato insieme a numerose associazioni locali e comitati di quartiere, in occasione della 34^ Giornata Nazionale per la Vita. Ci sarà il raduno alle ore 18,30 presso la Villa Comunale con tutte le rappresentanze delle scuole cittadine ed i loro bambini, ragazzi, insegnanti, genitori, sbandieratori, majorette, palloncini, con colorati striscioni e cartelli, canti e inni alla vita, la marcia proseguirà lungo Corso Vittorio Emanuele, Via Roma e arrivo in Piazza Santa Croce, in caso di pioggia o forti perturbazioni atmosferiche la manifestazione verrà rinviata a sabato 18 febbraio. Giovani aperti alla Vita è il tema scelto  quest’anno dalla CEI, proprio per riportare l’attenzione  della comunità sull’enorme importanza sociale e civile dei giovani, che sono stati  coinvolti e sensibilizzati in una serie di riflessioni e dibattiti organizzati presso numerose scuole cittadine, che si sono poi incontrate nella Basilica di Santa Croce nei giorni scorsi. Questo evento voluto fortemente da associazioni e comitati di quartiere come evidenzia Guglielmo De Luca il quale ci dice citando Madre Teresa di Calcutta: “ La vita è bellezza, ammirala, la vita è beatitudine, assaporala” esponente del Centro progetti in carità, che insieme a tante altre realtà associative locali (all’A.F.I., Agesci Scaut, ACR, UNITALSI, AVIS, ATOM, CEPSAV, Anch’io le Ali, Protezione civile, i Comitati di Quartiere,) ha collaborato all’organizzazione della gioiosa manifestazione per la Vita, promossa dal decanato locale – In questa comunità frastornata e bombardata da falsi modelli di consumismo e benessere, che cercano di cancellare i basilari Valori di fratellanza e solidarietà, la città si ferma un attimo per riflettere sul dono della Vita, un valore che va difeso dal momento del suo concepimento  fino al suo naturale declino, ridando centralità all’uomo, e a una dignità di vita, e  non pensando esclusivamente al profitto o a freddi egoismi, che generano soltanto problemi economici, sociali, ambientali e occupazionali. Anche quest’anno la manifestazione sarà connotata innanzitutto dalla gioia di vivere. Ringraziamo infine il decanato, numerosi e instancabili parroci, le tante insegnati, dirigenti scolastici, il Comune, esponenti della cittadinanza attiva, e del mondo associativo laico e religioso, umili e tenaci volontari, e tante persone di buona volontà, che rappresentano preziosi e positivi modelli di  identificazione per una comunità sempre più solidale, vivibile e giusta.

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CHIUDE IL MADRE A NAPOLI di Giovanni Cardone »

 

Da circa un mese suoi blog ufficiali siti specializzati annunciano la chiusura del Museo Madre e dell’arte contemporanea a Napoli,  una città la quale nel mondo è conosciuta solo attraverso stereotipi quali il mandolino, il presepe , e famosi vermicelli alle vongole o per l’immondizia. Adesso il Madre chiude si licenziano 30 dipendenti e nel contempo si chiude la porta all’arte contemporanea, mi ricordo quando la mia professoressa di storia dell’arte  cercava di spiegare cosa fosse l’arte  contemporanea dicendo: “Il termine arte contemporanea si riferisce generalmente all’arte creata nel presente. L’uso dell’aggettivo generico “contemporanea” per definire l’arte dei nostri giorni è dovuto anche alla mancanza di una scuola artistica dominante o distinta riconosciuta da artisti, storici dell’arte e critici. L’espressione tende ad includere tutta l’arte creata dalla fine degli anni sessanta del XX secolo, in alternativa, dalla presunta fine dell’arte moderna  o periodo modernista fino ai giorni nostri (anche se al giorno d’oggi ci sono artisti che creano arte moderna ed altri che creano in praticamente tutti gli stili o mode del passato). L’arte creata o rappresentata dalla fine del modernismo è alcune volte chiamata arte postmoderna, tuttavia postmodernismo si può riferire sia al contesto storico che all’approccio estetico utilizzato; per di più molti lavori di artisti contemporanei non presentano quegli elementi chiave che caratterizzano l’estetica postmoderna, l’aggettivo contemporanea può quindi essere preferito perché più inclusivo. Come nelle ricerche critiche di altre discipline comunque, il termine contemporaneo indica che il periodo di interesse e di studio in oggetto non ha esaurito le sue spinte propulsive ma che, invece, sono ben vive nel presente e proprio per questo di difficile definizione. L’arte contemporanea è caratterizzata da opere prodotte con tecniche e linguaggi interdipendenti: videoarte, pittura, fotografia, scultura, arte digitale, disegno, musica, happening, fluxus, performance, installazioni.”  Per noi addetti ai lavori conosciamo bene le vicissitudini del Madre raccontate egregiamente da tanti colleghi e giornalisti invece riprendendo la famosa provocazione fatta da Vittorio Sgarbi “L’Arte Non è Cosa Nostra” , è vero perché siamo rimasti impantanati in un passato culturale , politico e sociale e tendiamo ha conservare un’immagine di Napoli distorta invece di vivere il “presente” e di imitare le grandi capitali dell’arte contemporanea quali: New York,  Shanghai dove ha riservato un intero quartiere all’arte contemporanea il mio dispiacere che impensabile Napoli senza il Madre.

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I PROMESSI SPOSI IN MOSTRA ROMA di Giovanni Cardone »

 

Come ci sentiamo uniti, noi italiani, quando la nazionale vince i mondiali di calcio, quando la stampa estera ci attacca con i soliti luoghi comuni, quando nei paesi stranieri vediamo campeggiare insegne di trattorie con pizza, spaghetti e caffè, o quando, tutti insieme, abbiamo la possibilità di manifestare la nostra solidarietà a chi è stato vittima di eventi catastrofici o a chi, per un motivo o per un altro, vive in condizioni svantaggiate. Ma noi, così siamo, e rimarremo, italiani senza memoria. Quella memoria storica che non ci appartiene, perché non la conosciamo o perché non l’abbiamo mai vissuta, c’è la faranno rivivere con la loro arte il giorno 20 gennaio 2012, presso la Galleria 20Art Space ,dove verrà inaugurata una mostra di artisti contemporanei dedicata al 150° anniversario dell’unità d’Italia.

Fulcro della manifestazione, sarà la presentazione di un’impegnativa opera editoriale, un’edizione illustrata de I promessi sposi, interpretata da tredici autori che hanno prestato la loro opera nel corso di oltre vent’anni occorsi alla sua realizzazione, parteciperanno alla mostra artisti di uno spessore artistico diverso e di un linguaggio unico , esporanno:  Enrico Benaglia, Franz Borghese, Carlo Cordua, Giovanni Battista De Andreis, Franco Fortunato, Alberto Gallerati, Giovanni Gromo, Marino Haupt, Stefania Orrù, Saverio Terruso, Elena Tommasi Ferroni, Zhou Zhiwei , oltre a Domenico Purificato, autore dell’immagine che figura in copertina.

L’esposizione degli originali delle tavole, trentotto pregevoli lavori, evidenzierà ancor più l’importanza dell’iniziativa, sia per la qualità intrinseca delle realizzazioni, sia per la loro capacità di rappresentare, nell’insieme, uno spaccato altamente significativo del gusto figurativo contemporaneo, sulla scia della migliore tradizione del ‘900: i tratti sempre incisivi e personali dei singoli interpreti, si intrecciano alle intonazioni liriche o al crudo realismo, agli accenti ironici o alle sfumature fiabesche, fornendo sintesi descrittive sempre armoniose ed affascinanti.

LUOGO                                 GALLERIA 20ART SPACE

                                               Via XX Settembre, 122- 00187 Roma

                                               Tel. 06/4824334- Fax 06/4873062

                                                 info@20artspace.net  www.20artspace.net

INAUGURAZIONE               Venerdì 20 gennaio 2012 ore 18.30

DURATA                               Fino al 20 marzo 2012-01-07

ORARIO                                10.30/13,30-15,00/20.00- Chiuso domenica e festivi

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CIAO CINA VIAGGIO NEL PAESE DEL DRAGONE TRA COMUNISMO E NUOVO CAPITALISMO »

 

Uno sguardo sulla Cina che non ti aspetti. Lo offre il fotografo e giornalista Mimmo Torrese nella mostra “Ciao Cina. Viaggio nel paese del dragone tra comunismo e nuovo capitalismo”, che sarà inaugurata il 21 gennaio alle 18 presso il Centro d’Arte Mediterranea di Torre del Greco. Oltre una trentina di scatti parte del frutto di una permanenza a Shanghai di Torrese dove ha realizzato alcuni reportage per primarie agenzie di stampa e testate internazionali. Uno sguardo profondo sui grandi cambiamenti e le notevoli contraddizioni di questo Paese, al centro dell’attenzione del mondo intero. Foto che raccontano un percorso, la Cina che non ti aspetti, quella della eccessiva modernità, della moda, della ricerca del bello, dell’uso sfrenato dei telefoni cellulari e di ogni diavoleria tecnologica, quella che va in Ferrari o Lamborghini e che ha oramai da anni abbandonato le biciclette. Quella che la sera frequenta i locali à la page, quella che guarda al futuro con un piede fermo al passato, quella che avendo subito anni di annientamento culturale oggi offre una cornice ed un ambiente ideale all’arte contemporanea. La mostra resterà aperta fino al 26 gennaio, periodo nel quale cade anche il capodanno cinese, che quest’anno festeggia l’ingresso dell’anno del dragone. L’evento gode del contributo della Banca di Credito Popolare, della Giuseppe Bottiglieri Shipping Company Spa  e della Perseveranza Spa di Navigazione.

PRESENTAZIONE DI NELLO DEL GATTO

Quella che per Bellocchio nel ’67 era vicina ora è qui e ci circonda. La Cina, la fabbrica del mondo, è in ogni cosa che ci accompagna nel corso della nostra giornata, con uno strano paradosso nel quale noi cerchiamo e usiamo prodotti made in China e nella terra di mezzo cercano e usano quelli made in Italy. Raccontare la Cina è cosa ardua: una poliedricità di visioni, di stili, di modi, di etnie, di cibo, di luce, di panorami. Un mondo nel mondo, animato da oltre un miliardo di persone a volte anche molto diverse tra loro per razza, lingua, cultura e religione. Un caleidoscopio di colori che viaggia parallelamente a città grigie, rese ancora più buie da un inquinamento eccessivo, primo prezzo per la forzata industrializzazione e crescita del paese. Raccontare il paese non è facile e le foto di Mimmo Torrese aiutano a capire questa difficoltà. Difficile soprattutto capire quello che adesso è la Cina. Atterrando all’aeroporto di Pudong, a Shanghai, a tutti capita, come successo al nostro artista, di stupirsi di non trovare una struttura architettonica squadrata di stampo sovietico-comunista ma una modernissima, dove non ci sono i figli della rivoluzione vestiti tutti uguali ma giovani che parlano un perfetto inglese. E’ la Cina che non ti aspetti, quella della eccessiva modernità, della moda, della ricerca del bello, dell’uso sfrenato dei telefoni cellulari e di ogni diavoleria tecnologica, quella che va in Ferrari o Lamborghini e che ha oramai da anni abbandonato le biciclette. Quella che la sera frequenta i locali à la page, quella che guarda al futuro con un piede fermo al passato, quella che avendo subito anni di annientamento culturale oggi offre una cornice ed un ambiente ideale all’arte contemporanea. È questa la Cina? Questa è sicuramente una Cina, una reale, che esiste e che trascina l’altra. E’ la Cina nella quale passeggiando cercando di dimenticare il miliardo di persone che ti circondano sembra di essere in qualsiasi città occidentale, con forse un livello di qualità della vita a volte migliore. Certo: inquinamento, diritti e libertà sono le docce gelate che ti ridestano dal sonno. Ma la Cina che non ti aspetti è li, ti aspetta, ti accoglie, ti avvolge e ti coinvolge. Diventa una esperienza sensoriale che coinvolge interamente la persona. Fissarla su carta è difficile, Mimmo Torrese offre un suo particolare sguardo. Non deve essere stato semplice scegliere solo poche decine tra le migliaia di foto che ha scattato nel suo lungo reportage cinese, proprio perché la Cina non è una. Quello che il visitatore non troverà nelle fotografie in mostra è la Cina iconografica, quella conosciuta per cliché, quella dipinta nelle riviste patinate. La Cina di Torrese è un paese vivo e moderno. La Cina di Torrese non è vicina: è tutt’intorno e ci avvolge.

Mimmo Torrese si avvicina al mondo della fotografia nel 1983, mentre nel 1985 inizia la sua collaborazione come articolista e fotografo con il quotidiano Il Mattino.
Nel 1990 partecipa alla rinascita del quotidiano Roma. Nel 1992 diventa redattore della rivista Fotografare, una delle più importanti nel panorama italiano del settore. In questi anni collabora anche con la rinomata galleria di arte contemporanea Trisorio di Napoli.
Suoi articoli e sue foto sono comparsi anche sul quotidiano il Giornale di Napoli, sulle riviste di moda l’Informatore Tessile, Ready, Vestire a Napoli e Napolicity. Ha lavorato per i settimanali Enne, Il Timone, Sport Sud, Lo Sport del Mezzogiorno. La sua firma e le sue foto sono comparse inoltre su La Città, Mondo Economico, Digital Life Style, Il Denaro e Visto. Ha collaborato alcuni anni con la rivista Il Fotografo con articoli di tecnica fotografica. Attualmente collabora con il Corriere del Mezzogiorno on line, la testata regionale del Corriere della Sera.
Ha curato alcune mostre di fotografia e suoi lavori sono stati in mostra nel 1994 con Fotocronaca di una Città, nel 2007 con Twenty Portraits e nel 2008 con Contemporary Click. Per l’editoria si è occupato di cronaca, di fotografia, di moda, di costume, di cultura e di economia. Sue foto sono state scelte e pubblicate sul portale della prestigiosa rivista Vogue e dalla agenzia Ansa sul portale AnsaViaggi.
Ha partecipato con le sue immagini  ad alcuni libri come Wunderkammern, a cura del critico d’arte Loredana Rea e al libro-catalogo dell’artista Antonio Izzo.
E’ stato chiamato più volte a documentare prestigiosi eventi, sportivi, di arte contemporanea  e di musica classica e ha curato la realizzazione delle immagini di numerosi   cataloghi e pubblicazioni. E’ iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal 1987 ed è socio dell’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti Tau Visual .

 

Centro d’Arte Mediterranea

Via Marconi, 9 

Torre del Greco

ph 081 8815921

 21/26 Gennaio 2012

opening 21 Gennaio ore 18

Mimmo Torrese  ph 347 6951987

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“FutuRiciclArte” Il Futuro è Riciclare »

 Lunedì 9 gennaio 2012 alle ore 16.00 si inaugura   presso all’Auditorium Conciliazione – sala Coro – una mostra d’Arte contemporanea dedicata al Futuro del Riciclo con Arte. L’evento, sponsorizzato dalla Presidenza della Giunta – Regione Lazio in collaborazione con Auditorium Conciliazione, Associazione Culturale D.S.M. Arte e Natura, Associazione MICRO Movimento Internazionale Culturale Roma, APAI Associazione per la Promozione delle Arti in Italia, e Pioda Imaging, attraverso le elaborazioni artistiche di Claudio Massimi,  Ruslan Ivanytskyy e  Stefano Iovino, intende proporre spunti per una riflessione ragionata sulla smodata produzione e sfruttamento di risorse in un momento di grandi cambiamenti epocali e climatici, in cui si sta affacciando però contestualmente una nuova consapevolezza ed un accresciuto impegno per migliorare e preservare l’habitat e l’ambiente socio-culturale contemporanei e per le generazioni a venire. Missione questa, peraltro, da sempre prerogativa dell’Arte e degli artisti, interpreti del loro tempo. “Termini come cambiamenti climatici, spreco energetico, esaurimento delle risorse, stanno divenendo sempre più attuali in un mondo in continua trasformazione dove, non sempre, di pari passo con il progresso si attuano politiche a tutela del comportamento responsabile e sostenibile. La volontà di comunicare questo disagio, di dare un segnale forte all’opinione pubblica e ai governi, arriva da quanti si fanno portavoce di idee e stili di vita “green” nel rispetto dell’ambiente e delle creature che lo popolano” (Valentina Ierrobino). Con FutuRiciclArte Massimi, Ivanytskyy e Iovino intendono lanciare, attraverso le loro opere, un forte messaggio a dimostrazione che non solo il Riciclo di materiali può trasformarsi in Arte, ma l’Arte stessa può trarre nuova freschezza e giovamento laddove si associa il Risparmio con un minor sfruttamento di materiali e di opere stesse, che riacquistano così il valore intrinseco ed estrinseco della loro unicità. Una delle sale sarà dedicata alla raccolta di materiali, di oggetti da riciclare in appositi contenitori separati per tipologia; la grande sfida, o meglio obiettivo, sarà però veramente raggiunto se il pubblico attento e consapevole, illuminato dalla scintilla creativa, riporterà indietro il proprio oggetto, lasciando quei contenitori un’icona vuota, con la ferma convinzione di aver trovato “l’idea” e farne un Riuso personale.

Auditorium Conciliazione – Roma

Via della Conciliazione, 4

  Dal 9  al 14 gennaio 2012

Aperto tutti i giorni dalle 11,00 alle 18,00                                               

Ingresso libero

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CENNI STORICI SU TORRE DEL GRECO di Giovanni Cardone »

 

Al centro del Golfo di Napoli, fra le pendici del Vesuvio ed il mare, sorge la città di Torre del Greco che, per numero di abitanti, si pone al terzo posto tra le città campane e ad uno dei primi tra quelle italiane non capoluoghi di provincia.

Essa si sviluppò prima come città costiera, poi, intorno al vecchio nucleo, si aggiunsero nuovi quartieri che occuperanno le pendici più basse del vulcano, fino a farle assumere l’aspetto di una vera città.

Centro importante non solo per il suo territorio, ma anche per alcuni territori comunali vicini quali: Ercolano, Trecase, Boscotrecase, manifesta la sua funzione cittadina col richiamo giornaliero e temporaneo di gente dei dintorni e dei paesi più lontani, attratta dalle bellezze paesaggistiche e dai lavori artigianali del corallo e dei cammei. Le numerosa scuole di istituzione secondaria, le attività commerciali e quelli artigianali esercitano un’attrazione abbastanza forte sugli abitanti di tutto il territorio, dei centri vicini e di turisti provenienti da tutto il mondo, anche se di passaggio.

Per essere disposta lungo le pendicimeridionali del Vesuvio, fu distrutta o devastata dalla furia del vulcano più volte. Tuttavia è sempre risorta dalle rovine più viva e vitale di prima, capace di inserirsi validamente nell’economia provinciale eregionale. L’origine antica della città di Torre del Greco è stata sostenuta da molti storici con ammirevole impegno, ma con argomentazioni non sempre valide, gli storici più illustri: Raffaele Raimondo, Francesco Balzano, Vincenzo Di Donna e Enrico De Gaetano.

Quello che resta dell’epoca romana non è sufficiente a dimostrarci l’esistenza di insediamenti urbani di epoca romana, sepolti sotto la nostra città.

I ritrovamenti archeologici, effettuati in diverse circostanze, testimoniano, invece, che lungo il litorale, che non era come l’attuale, esistevano alcune ville marittime romane di grosse dimensioni, che utilizzavano i rivoli o le sorgenti di acque esistenti sul posto. Le ville occupavano una vasta area con vari e complessi edifici, con abitazioni e servizi con annesso porticciuolo,come la villa romana di Pollio Felice a Capo di Sorrento detta: “dei bagni della Regina Giovanna”, della villa di Poppea a Torre Annunziata e della Villa dei Papiri di Ercolano.

Infattitra il cimitero, il ponte di Rivieccio e la spiaggia del Cavaliere si estendono due importanti ville marittime romane: quella detta “Sora” e quella impropriamente chiamata “Terma-ginnasio” in gran parte distrutta dalla costruzione della linea ferroviaria e dell’erosione marina. La Villa Sora, la cui costruzione risale al I secolo a.C. , è composta di numerosi ambienti finemente affrescati e con pavimenti decorati a mosaico e in marmi pregiati. Ivi nel 1640 fu rinvenuto un bassorilievo di marmo di splendida e raffinata fattura ispirato da uno dei più soavi miti dello spirito greco: quello di Orfeo ed Euridice. Nel rilievo appare anche Hermes cui è affidata la guida dei due amanti. Esso fu utilizzato per abbellire il palazzo Donn’Anna di Napoli; adesso è custodito nel museo nazionale di Napoli.

Dalla villa di Sora provengono:una statua di marmo copia del “Satiro versante” di Prassitele, due affreschi di soggetti teatrali donati dai Borboni al Museo di Palermo.

Successivamente nel 1841, in occasione dei lavori della ferrovia Napoli-Castellamare, furono ritrovate nell’aerea della Terma- Ginnasio alcune sculture da giardino: un satirello in marmo con pantera e altri reparti trasportati, poi, al museo nazionale di Napoli; con l’ampliamento della ferrovia nel 1884 fu ritrovata una statuetta di marmo raffigurante un sileno ebbro attualmente custodita nel museo nazionale di Napoli. Scavi sistematici furono intrapresi dai Borboni e nel 1881 anche dal colonnello Novi, appassionato studioso che si interessò con più impegno degli scavi sia di Villa Sora che di quella vicina detta “Terma- ginnasio”.

Sulla spiaggia e all’altezza di questa struttura archeologica, nel 1981, il locale gruppo archeologico ha ritrovato una colomba in bronzo in perfetto stato di conservazione, facente parte di un gruppo scultoreo. La colomba, sapientemente restaurata presso gli scavi di Ercolano; oggi è stata nuovamente ritrovata. Dal 1989 la Soprintendenza di Pompei ha ripreso, dopo 150 anni di abbandono di abbandono e di devastazioni, lo scavo delle ville marittime romane sepolte dell’eruzione del 79 d.C. in contrada Sora e al Ponte di Rivieccio, con ottimi risultati.

In contrada Sora con gli scavi del 1992 è stato effettuato lo sbancamento del terreno superiore posto a monte degli ambienti già scavati grazie delle tombe tardo- antiche ( successive all’eruzione del 79 d.C. ) realizzate in parte a cappuccina e in parte con grandi contenitori anforici cilindrici africano- tardi, secondo i costumi della zona vesuviana.

 In una tomba a cappuccina, inoltre, è stato ritrovato uno scheletro che, datato con il procedimento del carbonio 14, si è accertato risalente al V secolo d.C.; nel paleosuolo sovrastante sono stati recuperati una camicia invetriata di età angioina e una moneta di bronzo di Roberto D’Angiò.

Pertanto il progetto del parco archeologico della zona dei ritrovameneti, attrezzata con una parte panoramica a verde, che sta per essere realizzato dal Comune di concerto con la Sopraintendenza, consetirebbe di approfondire le ricerche e verificare le ipotesi antropogeografiche formulate.

Altri ritrovamenti di villa marittima romana furono lacalizzati nei pressi della baia di Calastro ad occidente di Torre del Greco e al disopra della ferrovia: infatti erano ancora visibili, fino a pochi decenni fa, a livelli diversi, i resti di costruzioni romane che furono sepolti nel 1961 sotto gli edifici più moderni del rione Raiola; attualmente si osserva un ambiente a volta interrato all’altezza della ferrovia.

Anche alla via Cupa Falanga, in località Cappella Bianchini, durante le operazioni di scavo sono emerse costruzioni romane forse di una villa rustica. A via Tripoli (traversa Martiri d’Africa ) è stato recentemente portato alla luce un mausoleo tardo-antico del IV secolo d.C.; il piccolo edificio con funzioni di sepoltura crollò quasi certamente per un violento terremoto; si è tentati, per la coincidenza cronologica, di mettere in rapporto la rovina del piccolo edificio con i movimenti tellurici connessi all’eruzione detta “di Pollena” la cui datazione oscilla tra il 472 e 505 d.C. La stessa causa potrebbe aver determinato l’abbandono, nella stassa epoca, dell’insiediamento tardo- antico in contrada Sora distante circa 1 Km in linea d’area, ove, dopo l’eruzione pliniana del 79 d.C. , era stato ricostruito solo in parte ciò che rimaneva della villa marittima romana di Sora e precisamente nel IV secolo d.C.

Tutti questi ritrovamenti non bastano a convincerci delle origini romane del nostro centro urbano ipotizzare da alcuni storici locali, del passato. Per stabilire, con prove certe, le origini della città di Torre del Greco, non resta che risalire al 1200, epoca in cui Federico II di Svezia fece costruire un difesa (secondo G. e F. Castaldi e V. Di Donna nel 1020 esisteva già questa Torre; comunque affascina l’idea che le fondamenta di questa antica costruzione si trovino ancora sepolta nei pressi del Castello Baronale ).

Intorno alla torre sorsero piccole abitazioni di pescatori attratti dalla sicurezza del luogo e della presenza di una copiosa sorgente detta del Dragone.

Il villaggio si ingrandì, assorbendo i vicini nuclei abitati di Sora e di Calstro; fu deniminato prima Turris Octavia ( secondo F. Balzano, V. Di Donna, E. De Gaetano ) e poi Turris Ottava; nel 1300 assunse la denominazione di Torre del Greco.

La voce “del Greco” pare derivi dall’importazione di un vitigno presumibilmente nel periodo greco-bizantino. Non ci è possibile parlare delle vicende di questo centro abitato fino al milleseicento, perché poche o addirittura nessuna notizia abbiamo di questo periodo. Agli inizi del 1600 Torre del Greco era diventata una cittadina ricca e prosperosa tanto da meritare l’appelletivo di “piccola Napoli”.

Così scrisse M. Gentile : “Prima che il monte Vesuvio, nell’anno 1631 avesse, con quella terribile e memoranda eruzione, distrutta quasi tutta la Torre del Greco che in quell’epoca era una terra,  fra tutta la Riviera, la più florida e ricca, sia per i fruttati dell’estessimo territorio, sia per il commercio marittimo”.

Le abitazioni si erano sviluppate lungo la strada Regia ( attualmente strada Nazionale ) fino all’Epitaffio, cioè a circa un miglio dal centro abitato e verso oriente.

Torre del Greco nel complesso si era sviluppata, sia in estensione che in popolazione, tanto da numerare nel 1630 circa 15.000 abitanti. Ma i gravosi avvenimenti successivi come l’eruzione del Vesuvio del 1631 che distrusse la terza parte del centro abitato, e la peste del 1656, diminuirono di molto la popolazione.

Solo alla fine del dicittesimo secolo, cioè prima dell’altra euzione del 1794, si raggiunse la popolazione del secolo precedente. Nel 1700 il centro abitato risultava molto vasto: si estendeva dalla porta di Capo-La- Torre fino alla sbarra del Purgatorio e della via Piscopio fino al mare.

Ma il centro stesso dell’abitato non risultava pieno di fabbricati come lo è adesso: tra una casa e l’altra c’era spazio libero e ogni fabbricato aveva il suo giardino all’interno, ricco di agrumeti e di altre piante. La città si suddivideva in quartieri, che erano cinque, così denominati: Capo-La-Torre, Via del Mare, Borgo o Castelnuovo, Malafronte e Falanga.

 Il  quartiere Vico di Mare era il antico e probabilmente il più importante per essere il più vicino al mare, da dove i torresi ricavavano i mezzi per sopperire ai propri bisogni. Oltre alla strada e ai vicoli dietro S. Maria di Costantinopoli, compredeva anche il barbacane del castello, la punta di Calastro e il Vaglio, poi distrutto dalla lava del 1794. Il barbacane del castello, rapido ed accidentato, fu reso agevole di transito dai pedoni, permettendo così, di accedere alla località Calastro ove sorgeva in fortino la cui costruzione risaliva al 1600, successivamente demolito per costruirvi un mulino. Scedendo dal barbacane del castello si incontrava il Forno di mare: edificio di una certa importanza che nel 1699, dopo che l’Università ( la Comunità di Torre del Greco) riscattò, avrebbe dovuto fornire il pane ai cittadini di Torre, Portici, Resina e S. Giorgio a Cremano. L’aumento di popolazione fece si che fosse utilizzato solo per i bisogni dei cittadini torresi, che dovettero pagare un contributo annuale alle altre comunità che avevano diritto al forno. La discesa del Barbacane portava,  a destra scendendo, al forno di mare e a sinistra, alla strada detta fiumarello, per la presenza di un rivo che scaturiva da una copiosa sorgente chiamata Dragone.

Questa sorgente era disposta ai piedi del castello e dalle sue 24 scaturigini sgorgava una gustosa e abbondante acqua, che oltre ad essere ultilizzata per i bisogni idrici della popolazione, azionava le pale di un molino. Altre costruzioni dell’epoca che sorgeva nella zona era la Gabella del pesce, ove i pescatori venivano tassati in base alla quantità di pesce sbarcato dalle barche. Ai piedi del castello, dunque, si svolgeva l’attività econimica del paese: dalla macinazione del grano, alla cottura del pane, dello sbarco del pescato alle prime sommarie lavorazione di esso. Qui venivano sbarcate le spugne e i coralli la cui lavorazione già nel 1600 aveva assunto una enorme importanza. I prodotti di questa varie attività raggiungevano gli altri quartieri o a spalla, attraverso il Barbacane, o attraverso il Rio ( l’attuale via XX settembre). Quest’ultima strada era la meno ripida e permatteva il passaggio di carri. La lava del 1794 seppellì buona parte del quartiere delle marina: restarono intatti solo il vico Costantinopoli e il Castello. Le Fontane furono sepolte, così il molino, il Forno, la Gabella del pesce e gli edifici adiacenti.

La città dopo l’eruzione del 1794 perdeva il fulcro, lo strumento esseziale della sua attività cittadine: il quartiere della marina. Il quartiere Capo-La-Torre era disposto nella parte alta della città, e chi veniva da Napoli doveva attraversare la sua strada, la quale, incominciando dalla Porta ( verso occidente ), terminava sulla piazza di S. Croce. Essa, comprendeva tutte le abitazioni poste sulla strada detta S. Michele

(oggi via Diego Colamarino), la chiesa omonima, (vedi nella pagina successiva il disegno della ricostruzione ideale della chiesa si S. Croce distrutta dall’eruzione del 1794), e inoltre tutto l’abitato verso settentrione, fin dove si teneva il mercato ortofrutticolo ( largo Santissimo detto “La Piazzetta”).Pensiamo che la seconda denominazione del quartiere Borgo o Casalnuovo derivò dal fatto che esso fu costruito in un pericolo posteriore agli altri quartieri. L’altra indicazione (Borgo), che in sostanza vuol dire vico, o gruppo di case separate dal centro, molto in uso nei tempi lontani, dava una buona idea sulla conformazione e sulla posizione del quartiere. Esso cominciava da quel punto che è detto “sopra la guardia” e andava fino alla sbarra del Purgatorio a pochi passi dalla chiesa omonima.

Si allargava poi, per comprendere il Rio o Vallone dalla Piazza del Carmine (attualmente Piazza Luigi Palomba) fino a S. Giuseppe alle Paludi. La strada chiamata il Rio, essendo scomoda per il trasporto delle farine dei molini , venne accomodata alla meglio dal comune dopo l’eruzione del 1737. Ci si ridusse però a fare dei lavori poco razionali: si fecero dei lavori simili a quelliche si usavano fare  per le strade di campagna. Ciò naturalmente non soddisfaceva gli abitanti torresi. Finalmente nel 1788 la strada fu pavimentata con lastroni di lava con un lavoro a regola d’arte.

Il quartiere Malafronte trae la denominazione dal cognome di una famiglia influente che colà abitava nel secolo XVIII. Esso comprendeva quella parte che oggi è detta via del teatro e giungeva fino alla strada di S. Gaetano (oggi corso Umberto I) e dall’altro lato fino alla via Piscopio,  con l’inclusione perfino del vicolo chiuso Trotti. La strada dell’Annunziata con la chiesa omonima, forse, apparteneva a questo quartiere.

Il quartiere Falanga fu così chiamato, per il cognome di una famigliache lo abitava, che esiste ancora a Torre. Era il più piccolo in estensione e il meno popolato, abbracciava solo via che, costeggiando la chiesa S. Croce, esce strada Piscopio e verso l’alto comprendeva via Trotti. Nel 1794, aveva raggiunto una discreta estensione demografica Torre contava circa 16000 ( 1790 ), in seguito vi fu l’eruzione del Vesuvio che distrusse  i tre quarti del centro abitato. 

L a parte di Torre che fu distrutta fu ricostruita e man mano ad opera dell’ingegniere Ignazio Di Nardo, vi fu di nuovo una crescita demografica e vi fu una buona crescita del mare e della pesca.

La crescita demografica dal secolo scorso ad oggi e stato notevole tanto che torre, alla fine del secolo scorso contava circa 15000mila abitanti ,oggi invece Torre  è calata demograficamente attestandosi su circa 91.000mila abitanti , l’inizio del nuovo secolo e del nuovo millennio vede Torre in un disastro idrogeologico e urbanistico, logistico e archeologico –culturale.

 CENNI STORICI SU LUCREZIA D’ALAGNO

Lucrezia D’Alagno era figlia di messere Cola D’Alagno, Capitano della Torre Annunziata, con possedimenti in Torre del Greco e di CovellaToralbo, tutti originari di Amalfi. La loro abitazione in Torre del Greco era un vasto orto frutteto con alcune case in località Largo della Corte, confinante con il Vallone, attuale Via XX Settembre. Diverse sono le narrazioni storiche in cui la giovane Lucrezia incontrò per la prima volta il re Alfonso Primo D’Aragona: si narra, tra le tante, che l’incontro avvenne nel 1448, allorquando Lucrezia aveva diciotto anni ed Alfonso cinquatatrè, in occasione della Vigilia di San Giovanni Battista, quando le giovani fanciulle erano use ricevere la Strenna, una delle notizie più probanti recita invece che il re, durante una cavalcata alle pendici del Vesuvio, vide Lucrezia e se innamorò perdutamente.

Il re Alfonso già da tempo diviso dalla moglie Maria Castiglia che viveva in Spagna. L’amore di Alfonso per la bella Lucrezia si espresse con continue feste, ricevimenti e tornei nonché con significative donazioni, quali le terre di San Marzano, Caiazzo e Somma Vesuviana. Tutti gli storici assicurano che l’amore di Lucrezia per Alfonso fu solo platonico e lo stesso popolo ne esprimeva il convincimento. Quanto sopra detto è pienamente condiviso da Benedetto Croce il quale, tra l’altro, ha scritto di lei:”Nessunopotè mai recare contro di lei alcun fatto che la dimostrasse, in alcun tempo della vita, cedente alla femminile e umana fragilità”. A nulla valse il viaggio a Roma da parte di Lucrezia per poter ottenere da Papa Callisto III l’annullamento del matrimonio tra Alfonso e Maria di Castiglia. Dopo una vita di grandi fasti e privilegi, il prestigio quasi regale della bellissima Lucrezia cominciò a declinare con la morta di Alfonso Primo D’Aragona avvenuta il 27 Giugno del 1458. La donna che non diventò mai regina, andò in esilio a Ravenna sposandosi poi a Roma ove si spense nel febbraio del 1479. Sulla sua tomba fu posta una lapide dove in latino si volle perpetuare la natura del suo amore “Puro ed incontaminato”.

 CENNI STORICI SUL RISCATTO AL BARONALE

 I capitani utili padroni, tenendo i vari poteri nelle loro mani, accrebbero a poco a poco, col tempo, la loro autorità e assunsero un ruolo di ingerenza nella vita delle tre Università di Torre, Resina e Portici con Cremano, tanto che finirono col diventare feudatari; certuni, come s’è visto, si distinsero per le eccesive pretese, gli abusi, il disprezzo dei privilegi delle comunità. D’altra parte tali Università,forti di un certo medio di professionisti, commercianti e artigiani attivi che migliorava economicamente, stanche di vedersi continuamente molestate e mercanteggiate, senza dignità, fra vecchi e nuovi padroni, erano sempre più desiderose di una completa autonomia del governo della vita pubblica, con l’esercizio sia del potere civile che di quello giudiziario. In quest’ansia di rinnovamento, conformemente alla politica della Spagna che tendeva a diminuire la forza dei Signori e a favorire lo sviluppo della borghesia, esse risolsero di sottrarsiuna buona volta alla soggezione padronale per riscattarsi col proprio denaro e ritornare, come nel 1689, alla dipendenza diretta del Regio Demanio. Così, grazie all’opera di eminenti uomini quali Nicola Brancaccio, il più influente e perciò detto “lù ‘re d’a Torre u Grieco”, Giuseppe Criscuolo e Giovanni Castello, deputati speciali, Marzio Cirillo e Geronimo Villano avvocati, Nicola Falconio procuratore, per Torre; Giuseppe Valle avvocato, Nicola Scognamiglio e Andrea Oliviero deputati, M. Antonio Iacomino, procuratore per Resina; lo stesso Valle avvocato, Benigno e Nicola Cepollaro deputati, Alessandro de Curtis, procuratore, per Portici e Cremano intentarono un’azione contro Loffredo, ritenuto di scarso affidamento, che aveva alla Berlips solo 6.000 ducati, tardando a versare il resto; raccolsero con prestiti e gabelle la stessa somma di 106.000 ducati ( la metà, cioè 53.000, per Torre; i due terzi per Resina; il rimanente terzo per Portici con Cremano), poi sollecitarono la Berlips perché la preferisce nella domanda, in omaggio al diritto di prelazione istituito da Carlo D’Asburgo nel 1535 a Napoli, che consentiva a terre e città demaniali infeudate di riscattarsi entro un anno, versando versando la somma pagata dal compratore.

Il 18 maggio del 1699 fu emanato dal tribunale della Regia Camera il Decreto di ammissione al Demanio a favore delle tre Università e il 1° giugno si pagò tanto al Loffredo per la sua sborsata e tanto alla Berlips per la sua parte da ricevere.

Col Riscatto fu data vita ad un nuovo ordinamento. Torre, Resina e Portici con Cremano dovettero nominare un cittadino al quale fossero intestati i loro beni e diritti e che li rappresentasse ufficialmente nelle occasioni: fu scelto concordemente per tutte, in pubblici parlamenti di piazza, il vecchio Giovanni Langella, torrese, di condizione modesta e di estesa famiglia perché non potesse aspirare alla tirannia, al quale, senza utili, giurisdizione, onori e prerogativa alcuna, per espressa rinunzia, negli affari delle Università, fu data simbolicamente il titolo di barone e fu consesso per sede il castello, con una modesta assegnazione mensile. Il governo fu tenuto da un Governatore, proposto dalle Università, che rimaneva in carica un anno; vi erano poi, come sempre, gli Eletti del popolo e i Deputati.

 COME METTERE IN PRATICA LA STORIA:

 Problema delle origini.: – Denominazione

                                  Testimonianze letterarie e classiche

Transizione del Medioevo Toponimo: Torre Ottava- Epoca Longobarda: Confini

                                                 Longobardi- Fortificazioni: problemi della “Torre”-

                                                  “Torre ottava”: Tendenze Gotiche- Lucrezia D’Alagno

Eruzioni e Riscatto del 1699: Eruzione del 1631- Riscatto Baronale 1699- Coralline

                                              Coralli e Cammei.

L’intendimento di questo progetto socio-culturale e mettere in evidenza lo sviluppo storico di Torre del Greco e nel contempo evidenziare i personaggi che anno contribuito a questi eventi, in un momento storico molto degradante per Torre del Greco dove ognuno di noi a perso la memoria storica e in particolar modo i giovani, il nostro sodalizio culturale ponendosi come gruppo di “Opinione”, vuole far che questo progettualità giri per le scuole : Elementari, Medie e Superiori per narrare gli eventi della nostra cittadina.

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